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venerdì, 18 marzo 2005
 

IL SALAME NAPOLETANO

Misconosciuto, ignorato e snobbato da molti, il salame napoletano in realtà non solo è un ottimo prodotto da mangiare così, tra due fette di pane, e un ingrediente fondamentale e assolutamente insostituibile per tantissime ricette della cucina popolare partenopea (provate  a fare un "gattò di patate", un "casatiello" una torta rustica alla ricotta con un altro salame... il sapore è completamente diverso!!), ma sta diventando, ahimè, anche una rarità gastronomica, un altro dei tesori golosi il cui sapore rischia di rimanere soltanto nei nostri ricordi.
Si potrebbe pensare di proporre a SlowFood un presidio per la sua tutela, se non fosse che, probbilmente, è un prodotto troppo umile - e troppo poco caro! - per attirare l'attenzione dei gastrosnob.
Su richiesta di una supersperta che ne aveva bisogno - appunto - per le sue ricette, ho chiesto a mia madre di comprarmene uno a Napoli: ebbene, dopo vari giri in alcune - pur ben fornite - salumerie dove le hanno proprosto solo il "salame napoletano" della Fiorucci (!!!)- il cui sapore, naturalmente, non ha nulla a che vedere con l'originale -, non potendo andare dal nostro salumiere di fiducia (che, per fortuna, lo vende ancora, abbiamo verificato!) è riuscita a trovarlo solo in una salumeria-caseificio di Mondragone!!
Inoltre, incuriosita dalla bontà e dalla rarità di questo salame, che è al tempo stesso dolce e saporito, di stagionatura media, mai secco ma nemmeno stucchevolmente giovane, assolutamente non piccante se non quando si beccano i grani di pepe intero, dal diametro medio di circa 10 cm, dalla grana piuttosto grossolana con tocchi di grasso abbastanza grandi ma non frequentissimi, ho fatto una breve ricerca sul web, dai risultati a volte un po' desolanti.

Ecco cosa ne dice per esempio il sito http://www.milioni.com/salumi/dati/20.htm: E' un insaccato originario della Campania, prodotto in tutto il meridione con diverse varianti. Si tratta in tutti i casi di un salame alquanto piccante (!!!), per la presenza di una elevata quantità di pepe e di peperone. La grana è media, è insaccato in diritto privo di mucosa e legato in corda. Subito dopo l'insacco il prodotto può essere affumicato. Di conseguenza, nel corso della stagionatura, non si ha sviluppo di muffe sul budello.

Più precisa la descrizione che potete trovare sul sito di CampaniaTourhttp://www.campaniatour.it/prodotti_tipici/salame.php ): La cura artigianale impiegata per questo prodotto e' sempre stata alta. Il salame napoletano veniva utilizzato dalle popolazioni meno facoltose come dono gradito in occasioni di festeggiamenti. Questo lascia pensare l'importanza conferita. La stagionatura del salame avviene in locali areati e le forme tipiche sono cilindriche e allungate e non molto spesse. Il colore e' rosso acceso, la frazionatura tra carne e grasso e' discretamente eterogenea. Il grasso deve avere una presenza massima del 25%. La carne deve provenire da prosciutto di coscia, spalla, coppa e/o lombata E' tipicamente dolce e leggermente pepato.

Un po' sintetico Cookaorund (
http://www.cookaround.com/cucina/salumi/salumi-2.php): E' un salame ormai conosciuto in tutta Italia. E' composto da carni magre e grasse di maiale scelte, vengono tagliate direttamente con un coltello con la lama ben affilata ed è aromatizzato esclusivamente conb sale e pepe. La stagionatura dura dai 40 giorni in su.

Finalmente, poi, sono riuscita a trovare notizie pienamente esaustive sul mio adorato salume su
www.vinit.it, dove è stato pubblicato il seguente articolo (che tra parentesi mi fa ben sperare sulle sorti del salame!) di campaniasuweb.it:

Dal Presepe all’albero americano

Da sempre il salame napoletano è uno dei protagonisti della cucina tipica campana sebbene la sua popolarità sia offuscata da piatti ben più celebri. Eppure la sua presenza varca i confini della semplice gastronomia per identificarsi nella cultura classica partenopea. E’ un elemento così popolare da essere inserito finanche nei presepi settecenteschi come segno distintivo della centenaria tradizione napoletana.

Non a caso gli artigiani di San Gregorio sono più specializzati nella lavorazione dei salumi che non in quella del bambinello, vero salame della natività sotto il Vesuvio. E a proposito di celebri nascite quella dell’insaccato è un parto non indifferente. Il suo “seme” è la spalla del maiale, la parte più nobile del suino. Ma prima di essere svezzato dai peccatori di gola il salame deve seguire delle regole ben precise. Come un matador prima della corrida, anche lui è soggetto a una particolare vestizione da seguire attentamente. Deve sottoporsi prima alla tritatura e alla macerazione nel vino doc e docg campano per poi essere salato e “punzecchiato” da grane di pepe “a punta e' curtiell”, perchè realizzate per taglio esclusivamente con lama di coltello. Dopo di che viene affumicato tra i pregiati legni di quercia, faggio, castagno e ontano e infine lasciato stagionare per più di 40 giorni. E dopo essere stato appeso come cimelio nella sua forma cilindrica irregolare, è pronto per essere tagliato a fette ben spesse dagli insaziabili mangiatori e dai rigidi nutrizionisti dal momento che l’indice di grasso del 20% lo rende il meno calorico tra i salami. Ogni morso viene fatto con denti da lupo che staccano voracemente la consistente carne suina. E a ogni colpo la bocca diventa una fornace di piaceri contrastanti grazie alle chicche di grasso che ammorbidiscono il salato che gratta sul palato, mentre la lingua, provocata da una frenetica libidine di sapori, viene prima dolcemente assuefatta dagli aromi affumicati conferiti dagli odori lignei della preparazione, e poi solleticata a tradimento dalla spezia nera nascosta nel rosso della carne. Nella Gazzetta Ufficiale del 13 luglio 2004 il salame Napoli è stato addirittura ammesso tra i prodotti dop e ora si attende solo la “stagionatura” negli uffici di Bruxelles. Il riconoscimento spingerebbe ad acquistare il prodotto anche negli Stati Uniti, finora scettici sulle procedure di controllo igienico sanitarie. L'origine protetta implicherà l'esclusività della produzione del prodotto per la Campania, capofila del salame napoletano, il più venduto in Italia dopo il milanese, che con circa cento aziende della filiera può assorbire l'intera produzione del settore che si quantifica in un milione di chili, per un fatturato di 100 milioni di euro, di cui un 10% si deve all'export. Numeri che indurranno le aziende specializzate ad investire in Campania. L’insigne salume ha smesso di fare la figura del salame ed è finalmente pronto all’investitura europea. Fonte: CAMPANIASUWEB.IT <http://www.campaniasuweb.it>

postato da elianto alle ore 13:35 | permalink | commenti (12)

mercoledì, 16 marzo 2005
 

MAREMMA MAIALA!


cinta senese Ieri ho preso una giornata di "vacanza" per accompagnare l'Imperatore in una spedizione "gastronomica".
Sveglia presto e appuntamento al Pizzarium alle otto e mezza.
No, non siamo impazziti, non volevamo fare colazione con la pizza di Gabriele (anche se l'Imperatore un pensierino alla focaccia con la pancetta ce lo fa, e non se ne dimenticherà al ritorno), ma si dà il caso che Fermenti sia l'intermediario dell'"affare".
Dopo aver risolto qualche problemuccio "logistico"  - e dopo un altro caffè! - si parte in direzione Capalbio...
Causa problemi tecnici della Punto dell'Imperatore - a dire la verità assai poco regale.. - e qualche dubbio sulla strada da fare, arriviamo con circa una 40ina di minuti di ritardo sul tempo stimato dal nostro "uomo" in Toscana, che ci aspetta a Capalbio, o più precisamente a Chiarione, ai Tre Pini...
Ora, noi si pensava che i Tre Pini fossero una località, e invece...
erano proprio tre pini secolari piantati nel terreno, preceduti all'incrocio precedente lungo la strada di campagna che costeggiava uliveti e campi, altri due pini...

Arrivati all'allevamento dove ci era stato detto che avremmo trovato "i maiali e qualche altro animale", mi viene il dubbio che si debba pagare il biglietto d'ingresso: sembra di essere allo zoo!!
Galline padovane enormi scorazzano liberamente tra i covoni di paglia e le erbette selvatiche subito puntate da Gabriele, mentre in grandi gabbie ci sono piccioni, anatre, oche, fagiani ma anche conigli e persino dei bellssimi pavoni!
Più lontanto, ci sono le vacche maremmane (e il pericolosissimo toro abbastanza incazzato, come ci avverte il custode) e i bellissimi cavalli purosangue non ferrati... ma noi siamo qui per i maiali!
In un recinto, tanti esemplari di Cinta senese, di ogni età, dalle scrofe più vecchie - alcune delle quali hanno appena partorito - fino ai maialini di pochi giorni, guradatia  a vista dalle mamme che -  siamo avvisati - non esiterebbero a staccarci un braccio se solo provassimo ad avvicinarci.
Poi, diversi animali più giovani, alcuni dei quali frutto di incontri clandestini tra le scrofe e un cinghiale gigolò che si è intrufolato nel recinto.
Affianco, infatti, in un altro recinto ci sono appunto i cinghiali, anche qui con un delizioso cucciolo di pochissimo giorni...
Insomma, è deciso, qualcuna di queste bestie presto farà un trasloco!
Ma noi per il momento dobbiamo tornare a Roma a mani vuote...
Dopo uno "spuntino" al Pizzarium (mamma mia... la pizza di Gabriele diventa sempre più buona e più leggea, tra un po' la dovrà vendere gratis ) io e l'Imperatore torniamo a casa...
dove ci addormentiamo come due allocchi!
Ci svegliamo ormai ad ora di cena, e troviamo anche una bella multa per parcheggio scaduto!
Vabbè... Torniamo al Pizzarium, di nuovo per una sosta veloce: la nostra meta è il ristorante L'Arcangelo, a Prati.
Per dieta e per stanchezza, ordino solo due piatti, ma davvero eccellenti: dopo il benvenuto delle due "palle" di ricotta e pappa al pomodoro "solida", mangio il buonissimo tortino di cipolle di Tropea con insalatina, prugne e alici, e poi i fantastici gnocchi con carciofi, agnello, pecorino e limone: a parte la bontà degli gnocchi, che ricordavo, il condimento è saporito e stuzzicante, e il sapore dell'agnello è talmente intenso e buono che non ho voglia nemmeno dei formaggi che avevo pregustato...
Ho assaggiato anche il cannellone di pasta fresca ripieno di piccione su salsa di verza e polvere di cacao, molto buono, che non ho ordinato solo perchè ero reduce dalla cena "tutto piccione" della sera prima alla Città del gusto, di cui vi racconterò, un morso di baccalà in pastella molto buono, e il tortino al cioccolato (perfetto, anche se non è certo il mio dolce preferito) di cui ho apprezzato soprattutto la salsa al rhum e olio d'oliva.
Abbiamo bevuto dei buoni vini slavi (Simciç) e un ottimo Aleatico passito, e poi anche una vendemmia tardiva di Chenin Blanc offertaci dal capotavola del rumoroso tavolo a fianco a noi, per scusarsi del disturbo!
Questa si che è classe....
Complimenti allo chef Bangladese Ajit e al suo secondo, degni allievi di Gabriele, e a Stefania e Arcangelo Dandini che con la loro "trattoria di quartiere" (così l'ha definita Arcangelo) tengono alto - con pochi altri - il livello della ristorazione cittadina.

L'Arcangelo
Via Giuseppe Giocchino Belli
59/61 - 00193 - Prati - Roma
Tel. 063210992.


postato da elianto alle ore 15:12 | permalink | commenti (8)

lunedì, 14 marzo 2005
 

Che bufala!!!
Sabato, approfittando della mia scampagnata, mi sono fermata a afre un po' di shopping... di bufala!
Dopo aver assaggiato un pessimo gelato a Formia, insieme ai miei genitori ci siamo infatti spersi tra le poco rassicuranti stradine dell'entroterra mondragonese alla ricerca del mitico caseificio Dea, "pusher"da cui Fermenti si rifornisce per le sue favolose pizze!
Trovato finalmente (anche se le indicazioni dei gentilissimi ragazzi del caseificio ci hanno mandato più in crisi che altro), abbiamo assaggiato e acquistato: subito, una bella mozzarella di bufala offertaci, tanto per gradire, mangiata così su due piedi... appena fatta, era anche troppo fresca e doveva ancora prendere la giusta sapidità, ma era già buonissima.
Lo ha dimostrato pienamente il giorno dopo, al Tordo Matto, quando verso le 17 - andati via gli ospiti del pranzo! - abbiamo banchettato con pasta condita con il pomodoro dell'Imperatore, mozzarella di bufala, ricotta di bufala sempre del caseificio Dea e burrata di Andria proveniente dalla Bottega Liberati....
il tutto accompagnato dal pane dell'imperatore, che diventa ogni giorno più buono...
e che vuoi di più?!
Il caseificio fa anche treccine  e bocconcini di mozzarella, cacio cavallo di bufala (ho comprato anche questo, ma lo assaggeremo solo dopo un soggiorno nella grotta del Tordo), burrini e, su ordinazione,  la sfoglia-burrata e la provola affumicata!
Se passate da queste parti, vi consiglio una visita!
Tra l'altro, lì vicino abbiamo mangiato in un ristorante indicatoci dai ragazzi del caseificio, La Campagnola: piuttosto semplice anche se si dava un certo tono e il cameriere era talmente zelante da risultare invadente, ha un menu limitato ma tutto quello che abbiamo mangiato era buono, a cominciare dall'ottimo pane ancora caldo e, naturalmente, dalla buonissima mozzarella fino al filetto di mio padre e alle verdure del buffet, certo non "dietetiche" , ma tutte saporite e "genuine".

Caseificio Dea
via Provinciale per Mondragone, 10
loc. S. Andrea del Pizzone - Francolise (CE)
tel. 0823 502070

postato da elianto alle ore 13:57 | permalink | commenti (6)

venerdì, 04 marzo 2005
 
L'Imperatore alla corte del Re

Il compleanno dell'Imperatore andava festeggiato in degna misura, e poiche' merita il meglio, non restava altro che andare nel migliore ristorante d'Italia.
O meglio, se sia il migliore ristorante d'Italia non posso dirlo, ma posso dire, e finalmente ne ho le prove, che si tratta dello chef migliore d'Italia. Signori, vi sto parlando di Fulvio Pierangelini.
La notte dell'Imperatore e' agitata, e rende difficile il sonno persino a me, che invece avrei dormito alla grande (ma io non conto, mi sono fatta 12 ore di sonno anche il giorno prima della laurea)
Al mattino, riusciamo non solo a non perdere il treno, ma addirittura a prendere un caffe'.
Nient'altro per colazione, gia' la sera prima avremmo dovuto fare un digiuno purificatorio e invece ci siamo mangiati tremila quintali di pizza di Gabriele (anzi, stavolta c'era anche lo zampino di Lisetta!)
Io ho mal di testa, tanto per cambiare, il che mi rode un bel po', ma con un paio di moment e un caffe supplementare passa.
A Follonica lasciamo l'IC e aspettiamo il diretto che ci portera' a San Vincenzo.
Ok, adesso inizio a diventare nervosa anche io. Come sara' questo posto? Sara' pieno di camerieri con la puzza sotto al naso che ti guardano dall'alto in basso? Riusciro' a dire due parole sopra la soglia dell'intelligenza media allo chef?
E soprattutto, i piatti saranno all'altezza delle aspettative, o, se ci sara' qualcosa non di mio gusto, dovro' ritenermi una gastronoma fallita e darmi all'ippica?
Be', niente di tutto questo (comprese le due parole intelligenti, che proprio non mi sono uscite).
Arriviamo nel paesino di San Vincenzo accolti da un tiepido sole.
Facciamo un breve giretto e, una volta davanti all'ingresso del Gambero Rosso, non abbiamo il coraggio di entrare.
D'altra parte sono solo le 12,45 e cosi' ci godiamo per un po' lo spettacolo del mare.
Poi prendiamo coraggio, e ci avviciniamo alla porta che, senza nemmeno bisogno di bussare, ci viene aperta. Un gentilissimo ragazzo ci fa entrare, e subito incontriamo lo chef, che salutiamo. Siamo preceduti dalla presentazione di Fermenti, e dalla telefonata dell'Imperatore che di solito ha pochi peli sulla lingua.
Veniamo fatti accomodare ad uno dei sei o sette tavoli in sala.
E' un tavolo tondo, comodissimo per due, con vista sul mare, il che rendera' ancor piu' piacevole il pranzo indimenticabile.
La mise en place e' raffinata senza eccessi: posate e sottopiatti d'argento, delle graziose decorazioni floreali sempre in contenitori d'argento (teiere, piccole caraffe...) e i magnifici bicchieri, di cui quelli per l'acqua in vetro soffiato, come i soir-glace.
Appena seduti, viene portato in tavola insieme al pane (dei deliziosi croissant di farina bianca e integrale ai cereali) dell'olio (il famoso, fantastico olio di Pierangelini) in un'ampolla che ricorda quella dei profumi orientali, e dell'ottimo burro echire'.
Appena un'occhiata al menu, tanto e' gia' deciso: ci affidiamo allo chef, che si prendera' cura di noi nel migliore dei modi senza farci pentire per un solo secondo della nostra scelta.
Dopo aver ordinato anche due calici di Champagne (imbottigliato appositamente per lo chef) e una bottiglia di Trebbiano di Valentini del 2001 per accompagnare la prima parte del pranzo, andiamo alla toilette per levarci il disgustoso odore di treno da dosso.
Qui ho un'illuminazione! Il bagno degli uomini e delle donne sono contraddistinti da due riproduzioni di quadri di Botero, la stessa idea che avevo avuto per il Tordo, scegliendo ovviamente soggetti e artista diversi! Ma passiamo a cio' che ha deliziato il nostro palato e aperto la mente dell'Imperatore, quasi quanto la successiva chiacchierata con lo chef (a dir la verita' di poche parole, ma quelle poche erano piu' che sufficienti).
Il benvenuto dello chef e' una boule di baccala' mantecato con bottarga e olio.
Il sapore del pesce e' delicatissimo ma intenso, incredibile come nonostante la presenza della bottarga - solitamente invadente, si riescano a precepire nettamente sia il sapore del baccala' che quello - altrettanto incredibilmente buono - dell'olio; unica nota stonata, a mio parere, il gusto metallico che il cucchiaio d'argento lascia a contatto con la lingua. Saro' pure poco chic, ma ecco un altro elemeneto che mi fa preferire le posate in metallo piu' umile.
Proseguiamo con un altro "omaggio", una sformatino di carota con salsa speziata; di nuovo, colpisce come nonostante la presenza di un gusto forte come quello della buonissima salsa, sia nettamente percepibile il delicatissimo sapore delle carote, dalla consistenza prefetta. Il piatto, servito in un bel piattino quadrato, bianco, a contrasto con il colore intenso della salsa - conferma la mia predilezione per gli "amuse bouche" che nel loro "minimalismo" spesso riescono a raggiungere la preferzione.
Senza vergogna,
procediamo alla scarpetta!
Lo chef in persona ci serve poi un piatto nuovo: la capasanta grigliata (alla perfezione!) con purea di mele e fettine di mela disidratata, croccantissima.
Non amo particolarmente le capesante, ma l'abbinamento e' a dir poco perfetto e il sapore di questo piatto, in particolar modo quello della purea, e' uno di quelli che non si dimenticano facilmente.
Arriva infine il primo antipasto, l'insalatina di trigliette, in cui il tocco in piu' e' dato dall'ottima salsetta (non siamo riusciti a distinguerne tutti gli ingredienti) e dai fantastici calamaretti grigliati, croccanti eppure cosi' teneri da sciogliersi in bocca.
A questo punto arriva uno dei piatti piu' noti del Gambero Rosso: la famosissima - ed imitatissima, come lo chef non manchera' di rimarcare con incredibile eleganza -passatina di ceci con crostacei.
In un piatto non tanto fondo, la passata di ceci forma un letto denso in cui passare voluttuosamente il cucchiaio, cercando di raccogliere insieme anche i gamberi e l'olio, vera chiave di lettura di un piatto che a primo acchitto puo' apparire addirittura banale.
E' solo dopo ripetuti assaggi (quando, ahime', e' ormai quasi terminato) che il cervello e' in grado di collegare tutte le sensazioni olfatto, tatto, gusto - che lo hanno bombardato per rendere evidente cio' che piu' chiaro di cosi non potrebbe essere: in questo piatto, i ceci sono Ceci, i gamberi sono Gamberi e l'olio è Olio. Ogni altra parola e' superflua, soprattutto se non lo si e' mai assaggiato, questo piatto.
E qui, il gioco comincia a farsi duro: iniziano ad arrivare una serie di incredibili paste ripiene, devo dire accompagnate egregiamente dal Trebbiano che era invece un po' troppo invadente sugli antipasti.
Iniziamo con i tortelli di pesce ai frutti di mare: diro' subito che sono il piatto che mi ha convinto di meno, non perche' non fossero buoni, ma perche' meno "troppobbuoni" degli altri; delicata la sfoglia (bianca e nera), ottimo il ripieno, gustoso il sughetto di tentacoletti, se non fosse per la panna. sara' un pregiudizio dovuto alle mie origini napoletane, ma per me la panna con il pesce, non ci sta!
Ecco che sorge il dilemma: se un grande chef usa la panna con il pesce, un motivo ci sara'. Resta il fatto che io avrei apprezzato di piu' il piatto se il sughetto fosse stato senza panna.
Proseguiamo con uno dei piatti migliori non solo del pranzo, ma tra tutti quelli che io abbia mai mangiato: i ravioli di aringa su salsa di burrata con scaglie di bottarga sono davvero qualcosa di al di la' della mia immagnazione percettiva per raccontarli.
Basti dire che gatto ci aveva avvisati: mettetevi comodi perche' c'e' il rischio di stramazzare per terra.
Con questi e con i successivi ravioli di zucca (equilibratissimi, dall'intenso sapore di zucca dolce quanto basta per non risultare stucchevole, conditi con un "semplicissimo" burro e parmigiano - si, ma scommettiamo su che burro e che parmigiano si usano in cucina?) il Trebbiano da' il suo meglio.
Segue un altro primo strepitoso, i ravioli di mariola (un insaccato di cinta senese) ai crostacei su salsa verde: sinceramente leggendoli in carta avevo immaginato un miscuglio di sapori poco armonizzabili tra loro, e invece...
la succulenta mariola si univa al sugo di mare per tramite della fantastica salsa verde di basilico... un primo direi sontuoso, meno "minimal" dei precedenti, ma dal sapore altrettanto intenso e indimemnticabile.
Su suggerimento dell'Imperatore, mangio come regola vuole i ravioli in un sol boccone, con l'ignominoso risultato di combinare un macello, riuscendo persino a macchiare il centrino del sottopiatto che il gentilissimo maitre (che poi scopriremo essere un simpatico ragazzo livornese) prontamente mi cambia, cosi' come i tovaglioli vengono sostituiti ogni qual volta ci si alza da tavola.
A questo punto, lo chef ci annuncia che ci preparera' "un pescetto".
Ora, a parte che del "pescetto" di ospedaliera memoria che questa frase potrebbe far venire alla mente, il meraviglioso pesce (orata o sanpietro?) con i carciofi belli croccanti conditi con il fantastico olio -sempre lui!- e la mentuccia, alla romana, non aveva proprio niente, noi un po' ci rimaniamo male, perche' gia' pregustavamo il piccione!
Lo chef pero' ci rassicura: ci tocca anche il piccione, ma ci ha voluto far assaggiare il pesce perche' "e' un piatto che e' in menu solo da 24 anni, piu' o meno la vostra eta'".
A parte il complimento per cui ringrazio vivamente, che dire... spero di venire a festeggiare i miei 60 anni qui e trovarlo ancora in carta!
Ecco la dimostrazione che la semplicita' vince su tutto, se c'e' l'arte.
A questo punto, dobbiamo addire addio al Trebbiano, ma un buonissimo San Leonardo 97 aperto alla velocita' della luce non lo fara' rimpiangere nemmeno per un secondo.
Perfetto con il succulento petto di piccione con salsa al rosmarino (mamma, e che era!! altra scarpetta, impossibile evitarlo!!) e pure' all'olio di oliva - cotto alla p-e-r-f-e-z-i-o-n-e, segna la mia definitiva riappacificazione con il pennuto - servito con una sorta di calzoncino croccante sottilissimo (sembrava un brigidino) ripieno di verdure e con una coscetta di piccione grgliata -il San Leonardo fara' compagnia anche alla serie di predessert e dessert che ci attende: p
rima la creme brulee alla vaniglia (altro piatto "semplice", ma vogliamo parlare dell'intensita' del sapore della vaniglia in bacche, e della perfetta corrispondenza tra la profondita della morbida crema e la superficie occupata dalla crosta croccante di caramello...??), poi le crepes agli agrumi ripiene di morbida crema, accompagnate da un incredibile sorbetto di mandarino che... sapeva piu' di mandarino che i mandarini stessi!!
Arriviamo al dolce conclusivo, i meravigliosi fagottini di fagioli e gelatina di peperoni .... e prima di fare smorfie di disgusto (e lo cso a chi mi riferisco... ;-)) dovreste provarli... BUONISSIMI!!
Chiudiamo con un pre-caffe' (il buonissimo gelato al caffe con panna che ricordo con grande piacere dal WineForLife dell'anno scorso) e con il caffe' servito con dei gustosi cioccolatini con frutta secca.

A questo punto potreste pensare che la giornata sia giunta al termine (in effetti, sono le 16 e siamo ancora a San Vincenzo... ) ma non e' cosi', anche se procedero' rapidamente.
Lo chef ci saluta, deve uscire per delle commissioni, ma ci da appuntamento a dopo per "fare due parole".
A quel punto, per lasciare libero lo staff di sala, andiamo a fare una passeggiata sul mare... che bello!
Un caffe', qualche telefonata per tornare un attimo con i piedi per terra, e siamo di nuovo al Gambero.
Lo chef ci fa entrare dalla cucina e ci fa accomodare nel suo salottino, e scambiamo un'interessante conversazione (a dir la verita' io ascolto soltanto, e anche l'Imperatore e' insolitamente silenzioso davanti al Maestro.... ma anche lui ascolta attentamente, tanto che da ieri non fa altro che ripetere delle frasi dello chef...).
E' a dir poco strano ascoltare un uomo cosi' imponente sia fisicamente che culturalmente raccontarsi con tanta semplicita' e schiettezza (anche se, certamente, con la consapevolezza della propria situazione) e io spero davvero che l'Imperatore ne tragga i dovuti insegnamenti..... vabbe', ma niente polemiche!
Ci resta appena il tempo per una veloce visita all'Agave, l'azienda biologica del figlio di Pierangelini, dove sono allevati i maialini di cinta senese che vediamo scorazzare allegramente per il bosco, e dove si stagionano i fantastici salami e culatelli.
Poi di corsa al ristorante per pagare un conto veramente troppo generoso, farsi consegnare un menu con tanto di autografo e salutare la signora Pierangelini...
ce ne andiamo carici di regali (olio, salame e lardo, come i re magi) e di emozioni e...
perdiamo il treno!
Fa niente, prendiamo il prossimo e intanto respiriamo un altro po l'aria di San Vincenzo.
Una volta in treno l'Imperatore cade in un lungo sonno ininterrotto, fino al nostro arrivo a Roma.
Scommettiamo che avra' sognato di passatine, maialini e culatelli, cullato da una voce maschile profonda e calma....

Gambero Rosso
Piazza della Vittoria, 13
San Vincenzo (LI)
Telefono: 0565701021

postato da elianto alle ore 00:34 | permalink | commenti (14)